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Economia Sostenibile tra paradigmi alternativi e nuove economie

La maggior parte degli individui è convinto che la tendenza odierna ad abbracciare un modello di sviluppo inclusivo, partecipato e sostenibile si sia insediato solo negli ultimi anni nel settore dell’imprenditoria italiana; in realtà le testimonianze storiche riportano che discende da una tradizione di pensiero economico sviluppatosi in Italia nel diciottesimo secolo nato dall’intuizione di Antonio Genovesi. Il concetto di Economia Civile si edifica “sulle virtù civiche e sulla natura socievole dell’essere umano, il quale è spinto ad incontrarsi, anche nel mercato, con l’altro.” Quindi si può affermare che aderire ad un modello di Economia Civile significa compiere azioni che contemplino comportamenti che guardino e salvaguardino la collettività e il bene comune. Tuttavia, ai cittadini viene insegnato che il concetto di economia - per come la intendiamo - nasce nella seconda rivoluzione industriale: un momento storico in cui i modelli economici e le innovazioni tecnologiche, parallelamente al progresso scientifico, hanno incrementato la produttività favorendo l’economia lineare. Questo determinato modello economico ha come obiettivo primario l’aumento del profitto generato dall’aumento della produzione e conseguente riduzione dei costi: le cosiddette economie di scala. Dalla seconda metà del ‘900 ad oggi, tuttavia, la diffusione del consumismo e la correlata affermazione del modello capitalista stanno mettendo in luce i limiti di questo approccio economico. La crescita esponenziale degli ultimi anni ha infatti evidenziato come la produzione a basso costo, finalizzata a incentivare i consumatori a continui nuovi acquisti e a massimizzare il profitto, in realtà per la società abbia costi molto elevati. Il modello economico, sociale e culturale che ha cominciato ad affermarsi a partire da metà dello scorso secolo vede però i cittadini sempre più disposti a pagare un premium price per prodotti e servizi di imprese che pongono attenzione alle tematiche ambientali e, in via più generale, alla sostenibilità. L’attuale contesto socioeconomico evidenza, di fatto, un importante cambio di rotta da parte delle economie mondiali che abbandonano sempre di più il concetto di intesa come quel paradigma per cui “il prodotto è la fonte della creazione del valore; i margini di profitto sono basati sulla differenza fra prezzo di mercato e il costo di produzione” a favore dell’Economia circolare. Questo nuovo approccio da parte dei mercati rappresenta la risposta delle imprese ad un cambiamento societario, in cui la sostenibilità diventa un argomento centrale e prioritario nella costruzione di un modello di business. Ma in che modo impattano sulla società?
  • Economia Lineare vs Economia Circolare

Edo Ronchi in un pezzo su l’Huffington Post ha analizzato le differenze tra l’economia lineare e l’economia circolare spiegando l’approccio che hanno nei confronti del mercato: l’economia lineare è, come detto precedentemente, una declinazione dell’economia che mette al centro del proprio core business il prodotto come fonte primaria per la creazione del valore; mentre nell’economia circolare i prodotti fanno parte di un modello di business integrato che si focalizza sulla fornitura di un servizio che deve generare un valore. Quindi si può affermare che la differenza sostanziale tra i due modelli economici deriva dal modo in cui essi generano valore: se nell’economia lineare il fine ultimo è soddisfare le richieste dei consumatori che vogliono prodotti di ultima generazione al prezzo più basso possibile, nell’economia circolare le del cliente risiedono nella soddisfazione che proviene dall’uso del prodotto che viene considerato, quindi, come un asset aziendale in cui la responsabilità del produttore è alla base della scelta del consumatore in quanto guida la riutilizzabilità, riciclabilità e la longevità di un prodotto che sia sostenibile. [Fonte EEA Report] Quindi l’impatto sull’ambiente diventa prioritario in un’ottica di business sostenibile. Ma quali sono gli altri modelli economici sostenibili per le aziende?
  • Green Economy vs Blue Economy

circolare rientra nelle azioni positive per l’ambiente. Ma cos’è la Green Economy? Potremmo definire la Green Economy come quel modello di sviluppo economico che pone al centro del proprio business non solo la crescita economica ma anche il suo impatto ambientale. L’obiettivo primario risiede nel compiere investimenti pubblici e privati per ridurre l’inquinamento e preservare la biodiversità. In un articolo realizzato da Green.it - che affronta il tema della Green Economy – si definisce lo sviluppo sostenibile come “la tutela delle risorse umane alla dimensione economica, sociale e istituzionale per soddisfare i bisogni delle generazioni attuali ed evitare di compromettere la capacità di quelle future di soddisfare le proprie” . Se la Green Economy è il punto da cui partire, nel tempo si è sviluppato un nuovo modello economico sostenibile, quello della Blue Economy, che nasce per superare i limiti della Green Economy andando a studiare gli ecosistemi per riprodurne le leggi di funzionamento. Il modello è stato proposto per la prima volta dall’economista belga Gunter Pauli, nel libro The Blue Economy: 10 years, 100 Innovations. 100 Million Jobs. Nell’articolo redatto da Timgate si evince che “La blue economy è un modello economico che mira alla creazione di un ecosistema sostenibile attraverso la rigenerazione delle risorse. Ha come obiettivo una riduzione delle emissioni di anidride carbonica entro un limite accettabile, l'economia blu prevede di arrivare all’ambizioso traguardo delle “emissioni zero”. In comune con la green economy condivide lo sforzo di utilizzare energia ricavata da fonti rinnovabili e di creare prodotti sempre più "sostenibili”. Come suggerisce il nome, la blue economy ha come punto di partenza la "purezza del mare" e l’attuazione di un tipo di pesca sostenibile. La scarsità di informazioni a riguardo dipende anche dal fatto che quello di blue economy è un concetto ancora relativamente giovane” . Il concetto di Biomimesi, introdotta dalla l’economia blu, si basa sullo studio e sull’imitazione delle caratteristiche degli esseri viventi. In questo campo di studio nulla viene sprecato e riutilizzato in un processo che trasforma rifiuti in materie prime. Se ci si soffermasse a riflettere potremmo ben capire il perché di questo approccio; nell’ecosistema marino nulla viene sprecato perché ogni essere vivente svolge un ruolo fondamentale: tutto si ricicla essendo il sistema in grado di adattarsi ad ogni tipo di cambiamento. La Biomimesi è ad oggi oggetto di ricerca da parte degli scienziati che studiano attentamente la natura per cercare soluzioni da poter applicare alle attività umane. L’innovazione, in questo modello economico, viene intesa come quel cambiamento che ha generato una condivisione delle conoscenze. Come riportato nell’articolo di Timgate, un esempio concreto di innovazione ci è trasmesso dal professor Jorge Reynolds, che ha inventato un pacemaker senza batterie, difficili da riciclare. Grazie alle conoscenze acquisite sul funzionamento degli organismi viventi in relazione all'ambiente, ha individuato il modo per far funzionare il pacemaker attraverso la temperatura corporea e la pressione generata dalla voce. L’applicazione della blue economy al business di traduce nel “Blue Thinking” che significa approcciare al cambiamento nelle modalità di sviluppo a tutela dell’ambiente.
  • Sharing Economy vs Gig Economy

Fino a questo momento si è parlato di modelli economici sostenibili come riposta ad un problema globale più complesso che impatta sull’ambiente e sulla biodiversità. Ma esistono nuovi modelli che si sono imposti come paradigmi alternativi che nascono in risposta all’accelerazione tecnologica e demografica. La Gig Economy, è un nuovo paradigma che si è strutturato e imposto nel mercato negli ultimi 10 anni. L’etimologia del termine “GIG” deriva dal mondo Jazz, intenso per indicare l’ingaggio per una sera.

Per Gig Economy si intende: “l’economia prodotta dallo scambio di prestazioni lavorative di autonomi che mettono a disposizione di aziende e private i loro servizi, quando hanno tempo e quando vogliono, senza vincoli, né dall’una, né dall’altra parte. La caratteristica della Gig economy è che, a fare da tramite tra lavoratori e compratori di lavoro, a farli incontrare, sono piattaforme online, siti web o app” .

La sharing Economy, invece, è definita come l’economia della condivisione che si è diffusa grazie al progresso tecnologico. Un modello economico che, di fatto, ha ripensato lo scambio di beni e servizi tra persone ripensando le logiche sociali di consumo. I vantaggi di questo paradigma economico alternativo risiedono nell’intera collettività che ha la possibilità, di usufruire dei servizi che danno un ritorno economico che contrasta lo spreco di risorse. La sharing economy esiste solo grazie alla rivoluzione digitale che ha permesso la diffusione di internet, delle community e delle app. In questo preciso contesto le nuove imprese di oggi (startup) ne hanno compreso l’utilità: “La condivisione di prodotti, idee, beni e servizi “vive” grazie alla tecnologia che mette in connessione le persone e rende possibile lo sviluppo di App e piattaforme digitali”. In un articolo Magivex.com ha analizzato alcune aziende che hanno come core business il modello di Sharing economy, uno dei casi di maggior successo è quello di UBER: nata per migliorare la mobilità dando la possibilità alle persone di mettere a disposizione la propria auto generando un introito e numerosi posti di lavoro. Attualmente Uber opera in 77 nazioni coprendo 616 città in tutto il mondo. La Gig Economy e la Sharing Economy sono entrambe figlie della rivoluzione tecnologica, ma il loro core business è diametralmente opposto: “la Gig economy ha una caratteristica fondamentale <..> il fatto che l’utilizzatore della piattaforma mette a disposizione il suo lavoro. La mediazione digitale, dunque, permette di avvicinare la domanda con l’offerta; nel caso della Gig economy parleremo di uno scambio basato sul lavoro. La Sharing economy si avvale della stessa intermediazione, ma l’utente in questo caso non ricerca il lavoro altrui, ma vuole godere di un bene. <..> Il bene in questione viene sfruttato su richiesta (on demand), in modo temporaneo e – aspetto fondamentale – non viene mai comprato. Chi intende guadagnare nella Gig economy, in sintesi, offre il suo lavoro, mentre chi opera nella Sharing economy mette a disposizione un bene di sua proprietà” . L’analisi appena effettuata sui nuovi modelli economici sostenibili ha evidenziato le discrepanze che esistono tra applicazione e regolamentazione del paradigma. Nonostante si stia assistendo sempre di più a una corsa alla sostenibilità d’impresa non vi è ancora una formazione adeguata nei confronti delle imprese: le aziende dovrebbero essere le prime a farsi promotrici del cambiamento senza inseguire trend o obiettivi imposti dalle istituzioni ma la difficoltà di reperire informazioni può rendere arduo il compito di creare modelli di business che facciano della sostenibilità una strada per arrivare al successo.
  • WE ECONOMY

Se fino a questo momento si sono analizzate le “nuove“ economie mettendole a confronto ed analizzandone le caratteristiche, esiste, tuttavia, un modello che le contempla tutte e mira all’inclusione e alla condivisione: la We Economy. Non a caso nel libro “L’economia del noi di Roberta Carlini la We Economy viene definita <come un insieme di esperienze fondate sui legami sociali, nelle quali gruppi di persone entrano in relazione e cercano soluzioni comunitarie a problemi economici, ispirate a princìpi di reciprocità, solidarietà, socialità, valori ideali, etici o religiosi.> Il tema economico finanziario viene affrontato con un approccio di stampo sociale ed antropologico in quanto non contempla la risoluzione dei problemi economici tramite algoritmi o trend di mercato ma attraverso il pensiero della collettività che mira al perseguimento di un bene comune. Un modo di fare e pensare l’economia come un settore che non mira al mero profitto ma al benessere delle comunità.
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