Futuro

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Mai più tutto e subito è il nuovo paradigma da prendere in considerazione quando parliamo di Futuro. Come strutturiamo il nostro domani?

 

Il futuro non è più quello di una volta. Verrebbe da dire così. Come se non avesse più la stessa direzione, la stessa carica dirompente, la stessa portata adrenalinica, la stessa riserva di speranza, ma fosse avvolto da nebbie imperscrutabili o peggio da un sempre più cupo senso di apocalisse possibile.

Siamo in una fase della nostra storia che forse più di altre somiglia a un crinale: grandi altezze e vertiginosi baratri. Stanno insieme la soddisfazione per ciò che si è raggiunto e la tensione vibrante per ciò che c’è ancora da raggiungere con lo smarrimento rispetto a dove si è e la paura che un passo in più scateni una discesa senza freni. In fondo, quale epoca può dirsi superiore a questa per possibilità e sviluppo? Come mai allora ci sentiamo continuamente insoddisfatti e in pericolo? Quale altro momento nella storia ha messo a disposizione più strumenti e luoghi per tessere relazioni? Come mai allora siamo circondati da un’aggressività latente? Abitiamo contraddizioni radicali in una società che ci viene raccontata insieme come la più violenta e la meno violenta di sempre, la più democratica e la meno democratica di sempre, la più dotata di mezzi per incidere sul futuro e la prima senza futuro. 

Il futuro sta cambiando verso (dandosi un meta-verso). Come se in qualche maniera, per sfuggire alla propria definitiva estinzione, per mano di un godimento istantaneo, orgiastico, senza un domani, avesse stretto un patto con il diavolo, riducendosi ad accelerazione del ritmo di vita e ad accrescimento digitale di possibilità. 

Serve allora salvare il futuro. Per farlo occorre qualcosa di radicale. Occorre forse cambiare addirittura la nostra concezione del tempo. Come?

futuroPartendo prima di tutto dalla sua rappresentazione. Dalla linea, ridottasi sempre più a un punto, occorre passare alla spirale, mettersi cioè nell'ottica di un tempo che torna su di sé senza tornare indietro, il tempo del senso.

Recuperando poi un “tempo” dimenticato. Così affezionati al futuro prossimo (“io sarò”), ci siamo dimenticati del futuro anteriore (“io sarò stato”). Non esiste solo il mio domani, ma il domani senza di me, al quale non si può più non pensare, sul quale non si può pretendere di esercitare una presa detentiva e irresponsabile.

Andando poi oltre la riduzione del presente a sé stesso. Figli avvelenati del “tutto e subito”, abbiamo la necessità di tornare a credere che si possa costruire durata. Durabilité, che, guarda caso, è la parola con cui i francesi dicono sostenibilità.

C’è da fare.

Sostenibilmente.

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