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Sostenibilità relazionale nell’era 2.0

Uno sguardo su quello che sono le relazioni e la sostenibilità in un'era tecnologica e individualista

Un articolo della Professoressa Sarah Arenaccio

 
Docente e scrittrice, Sarah Arenaccio ha visto diverse generazioni passare per la sua scuola
“Sono nativi digitali, Sarah. Non te ne dimenticare.” Questo è diventato il mio mantra negli ultimi anni. E cioè da quando ho la fortuna di lavorare a stretto contatto con i ragazzi, facendo di tutto per insegnargli qualcosa che si avvicini il più possibile all’inglese. Essere docente nel 2022 non è semplice, ma sono abbastanza certa che non lo sia mai stato. Tuttavia sono altrettanto sicura che si tratti dell’unica professione veramente in grado di offrire uno sguardo privilegiato sul ricambio generazionale. Ho visto bambini trasformarsi in adulti sotto ai miei occhi così tante volte che non saprei contarle. Ho conosciuto anche i loro genitori: apprensivi, preoccupati, amorevoli, invadenti o, spesso, fin troppo “scialli”. I ragazzi nati dopo il duemila si distinguono nettamente da chiunque sia venuto prima di loro. Un po’ come i movimenti artistico-letterari, che si affermano sempre in contrapposizione a ciò che li ha preceduti, gli adolescenti di oggi nascono già con il cellulare in mano e almeno un account social a loro nome da cui lanciare invettive contro qualsiasi cosa non vada loro a genio: che sia una politica ad elevato impatto ambientale, oppure un outfit di dubbio gusto poco importa. È così, che ci piaccia o meno. Bisogna farci l’abitudine, soprattutto in classe, dove il rimprovero rivolto agli alunni addormentati o chiacchieroni è stato sostituito dall’ormai intramontabile “metti via quel telefonino.” Lo smartphone media ogni interazione che i ragazzi hanno con il mondo esterno, ma anche tra di loro. Al punto che molti teenagers preferiscono confrontarsi su piattaforme online anziché di persona, e più spesso di quanto sarebbe lecito augurarsi. GenerazioniIo stessa mi trovo ogni giorno nella condizione di pianificare lezioni che siano sufficientemente accattivanti per loro, ricorrendo alle TIC, ovvero a tutte le tecnologie dell’informazione e della comunicazione che possano venirvi in mente. Ho reso il cellulare un mio alleato, un mio amico e confesso che essere una millennial mi ha avvantaggiata moltissimo sotto questo aspetto. Non sono una nativa digitale come i miei alunni, ma non sono neppure troppo distante da loro da non capirli. Che poi, capirli: al massimo posso provarci. Hanno difficoltà a capirsi da soli, come possiamo sperare di riuscirci noi adulti? Ma questa incomprensibilità di fondo non è altro che l’unico e vero trait d’union generazionale: chi è mai stato consapevole da adolescente? Consapevole sul serio, intendo. E non importa se si è stati ragazzi negli anni ’60 o negli anni ’80, c’è stato e sempre ci sarà quel malcontento generale che porta alla ribellione, un po’ come fu per la borghesia ottocentesca. Corsi e ricorsi sociali, quindi, e non solo storici, che ci spingono a domandarci quanto questo sia sostenibile. O meglio, se stiamo andando verso la sostenibilità relazionale, nel rapporto tra i pari ma soprattutto in quello intergenerazionale. Sì, perché è un rapporto strano, quello tra generazioni diverse, fatto di accuse e recriminazioni da ambo le parti. Come se ci fosse un debito da pagare e chi è venuto prima lo esigesse dai giovani, che di contro non ci pensano nemmeno a lasciarsi incastrare. Dopotutto, sono i loro genitori, o peggio i loro nonni, ad avergli lasciato il mondo così com’è. Un mondo in pandemia, in guerra, segnato da disastri ambientali e no, non mi riferisco al mondo del Trecento, purtroppo. Non c’è da meravigliarsi, dunque, se questi ragazzi si sentono traditi proprio da chi avrebbe dovuto proteggerli, consegnandogli un mondo con un futuro da custodire a loro volta. Un mondo in cui la fiducia nelle relazioni non sarebbe pura utopia, ma la norma, e la sostenibilità non avrebbe senso solo se riferita al nostro ecosistema, ma assumerebbe sfumature diverse se ricondotta ai rapporti umani. In definitiva, siamo sempre più vicini grazie alle stesse tecnologie che ci tengono lontani. E forse ci fa comodo così.  
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